AA.VV, Supernova Express
di 7di9 - inserito il 07 ottobre 2007
Movimento letterario nato principalmente in Rete, il Connettivismo irrompe con l’antologia qui recensita nel mondo cartaceo dell’editoria. Dodici racconti, dodici autori: visioni diversificate ed eclettiche di una realtà letteraria che ha nell’illimitato e nella sperimentazione le proprie coordinate creative. Diverse e molteplici le fonti di ispirazione: dalla letteratura cyberpunk, fino al surrealismo più estremo, senza tralasciare gli slanci postumani che ammiccano alla nuova fantascienza britannica di questi ultimi anni. Un vero e proprio viaggio nella fantascienza italiana odierna: il risultato, discontinuo, ma incredibilmente coinvolgente e avvolgente nel suo variare in un camouflage letterario a tratti imprevedibile, è bene analizzarlo
con maggior dettaglio attraverso i singoli racconti, che di qui di seguito sono recensiti nell’ordine di pubblicazione.
Clelia
di Fernando Fazzari
Con questo racconto tendenzialmente surreale, F. Fazzari introduce il lettore in un caleidoscopio di intrecci tra il mondo fantastico, dei sogni e delle rivelazioni subcoscienti e l’esperienza consapevole del protagonista.
La narrazione in Clelia è libera da complicazioni o elaborazioni linguistiche troppo complesse o ardite. La trama
però, nonostante la ricchezza di elementi descrittivi e narrativi, appare essere quasi inesistente. E forse in questo elemento si rintraccia il difetto centrale del racconto. Infatti, se da un lato la ricchezza di visioni e di allucinazioni rende la pagina un ricco affresco di passaggi dal forte sapore pittorico, da un’altra prospettiva la trama sembra quasi un’imperfetta conseguenza di questo succedersi di fotogrammi allucinanti e rappresentazioni fantastiche, divenendo pertanto residuo piuttosto che base diegetica per l’intero disegno delineato.
Natura morta
di Francesco Cortonesi
Il racconto di F. Cortonesi avvince. E’ la storia di una società distopica, nella quale il diritto alla pensione viene capovolto in dovere pubblico, e dove l’omicidio è regolato quale strumento opzionale per la realizzazione dell’obbligo di pensionamento.
La narrazione, essenziale e montata come se si trattasse di una successione di inquadrature cinematografiche, se nei primi passi
può apparire statica, finisce poi per rivelarsi assolutamente dinamica, frenetica nel suo incedere attraverso le parole, poche, dei personaggi e i loro sguardi, molti e rivelatori nel loro essere cromaticamente ben definiti.
La storia, inizialmente, è avvolta da un manto di oscurità . Il lettore ne è incuriosito, ma trova difficoltà a comprendere le ragioni alla base dei dialoghi e delle situazioni. Un lento, ma inesorabile, centellinare le informazioni – che permette all’autore di prendere letteralmente per mano il lettore – garantisce l’evidente riuscita del racconto. Il titolo poi diviene chiave di lettura della storia e delle atmosfere in essa contenute: di personaggi dalle vite spezzate, di una società distopica che toglie più di quanto dia, rendendo i cittadini pedine di disegni oscuri, di leggi che ad un abitante del mondo moderno apparirebbero semplicemente assurde ed inaccettabili.
L’Arca dell’Alleanza
di Roberto Furlani
Roberto Furlani regala al lettore un breve quanto perfetto meccanismo narrativo che fonde sapientemente e diligentemente gli elementi della narrazione storica con taluni caratteri propri del giallo metafisico. La storia, avvincente sin dai suoi primi vagiti sintattici, si svolge in maniera parallela in tre periodi storici differenti, tutti accomunati da un mistero, quello dell’Arca dell’Alleanza. Muovendosi con disinvoltura, e con notevole capacità di sintesi, R. Furlani spinge il lettore alla riflessione, ponendo, in maniera scaltra e senza tralasciare un palpabile sense of wonder, l’attenzione sull’immarcescibile conflitto che da sempre intercorre tra fede e scienza. La soluzione è rimessa ad una lettura appassionante e coinvolgente, e ad un finale che non chiude porte,
né dinanzi all’illusoria perfezione della macchina scientifica, né tanto meno nei riguardi dell’ambiguo, ma spesso ben più appagante, meccanismo della fede.
Viola
di Mario Campaner
Il racconto di M. Campaner è un intenso ripercorrere le vicissitudini della psiche di un artista maledetto, deciso a riconquistare la propria libertà sinaptica attraverso l’espianto di un chip inibitorio che il governo impianta nel cranio di tutti i cittadini subito dopo la loro nascita.
Narrata senza seguire il normale fluire temporale degli eventi, la storia si lascia leggere con piacere, anche e soprattutto per lo stile sicuro e intrigante, ricco di visioni profondamente romantiche e incisive, capaci di imprimersi sulla retina del lettore sin dalla prima lettura.
Lo sfondo sul quale la trama si dipana è quello tipico di uno scenario cyberpunk: una società distopica, alienata, schiava di un potere che prima nato tra le mani incoscienti della tecnologia, ha poi subito la sua, quasi, inevitabile deriva religiosa. E come nella migliore tradizione romantica – che vede passare l’occhio attento della narrazione da un punto di visto oggettivo, puro, ad uno sguardo prettamente soggettivo – nel racconto di M. Campaner il movimento è dettato dal pensare costante, a volte razionale, a volte istintivo, del protagonista.
Viola è un viaggio nella carne, e nel significato della libertà , qualunque ne sia la forma, qualunque siano i suoi limiti, sociali, psicologici, cibernetici. Una lettura che lascia il segno, senza ombra di dubbio, e che si presta a molteplici letture ed interpretazioni.
Una buona liquidazione
di Perla Pugi
Perla Pugi stringe a sé il lettore con questo racconto brevissimo quanto fulminante nel suo, in parte prevedibile ma non scontato, finale a sorpresa. Ridotte al minimo le descrizioni ambientali, la narrazione è tutta concentrata nell’inesorabile, quanto allucinante e ambiguo, delirare del protagonista. Solo due personaggi, una stanza, una scrivania e strani fenomeni che sembrano direttamente prodotti dalla mente di una persona dalla capacità percettiva fortemente alterata.
Palpabile e ben congegnata è l’atmosfera claustrofobica e angosciante, interamente costruita sulle paure e le visioni del protagonista, impiegato aziendale richiamato dal suo superiore per apparenti comportamenti poco in linea con la politica dell’impresa.
In generale un racconto piacevole, coinvolgente, ma poco originale, giocato su un sense of wonder di browniana memoria, che forse è arrivato il momento di aggiornare e attualizzare.
Il vecchio che sognava macchine volanti
di Simone Conti
Il vecchio che sognava macchine volanti appare essere un doppio tributo: agli eroi dell’aviazione del secolo passato e al sogno, in quanto materia inscindibile dal vivere quotidiano. La storia, al pari di quanto evidenziato nel racconto di P. Pugi, è costruita attraverso un dualismo, doppio in questo caso. Da un lato il rapporto tra un anziano sognatore, il vecchio del titolo, e il suo giovane nipote. Ed è in questo confronto che emerge il primo scontro: quello tra il sogno, l’anelare a mondi non immediatamente percepibili, e la diffidenza, il freddo pragmatismo di chi non ha ancora avuto modo di sperimentare la malleabile e plastica materia onirica. Ma lungi dal voler intessere una disamina sul sogno, l’autore prende spunto da questo confronto per introdurci in un mondo intriso di intrecci spazio-temporali, cavalieri dell’aria della Grande Guerra e piste di atterraggio sospese tra realtà e immaginazione. Il dualismo, a questo punto ritorna: assistiamo infatti, in maniera alternata rispetto alla narrazione che coinvolge nonno e nipote, alla battaglia tra due aviatori della Prima Guerra Mondiale: il leggendario Barone Rosso e il Maresciallo dell’Aria Francesco Baracca.
La storia, in sé, non presenta molti spunti diegetici, ammiccando, come già anticipato, più al tributo che alla narrazione pura. Molti i punti oscuri del plot, che restano tali fino alla conclusione del racconto. Il tono è leggero, scorrevole, a tratti patetico; in altri momenti epico, come è percepibile nelle scene di battaglia aerea.
Certamente l’opera di S. Conti spicca per spontaneità artistica, quale atto d’amore verso un mondo, quello dalla scrittura e della creazione, vera e propria porta verso spazi dall’infinita bellezza immaginativa; mondo da opporre al velo freddo e limitante della superficialità di chi ha scelto di rimanere a terra, in attesa di una rivelazione, piuttosto che di un sogno da inseguire con la propria macchina volante.
Diamante di carne
di Sandro Battisti
Sandro Battisti presenta con questo racconto la visione di un possibile futuro postumano, nel quale l'umanità , abbandonata l'attuale struttura di carne che la contraddistingue, rinasce sotto forme del tutto abiologiche. Il racconto di S. Battisti non è però una mera finestra speculativa sulla postumanità , sia intesa in termini letterari che da un punto di vista prettamente scientifico. Diamante di carne è infatti una commovente, ma mai stucchevole, storia sull'amore, sulla ricerca disperata intrapresa da un uomo, che pur di ritrovare il suo spirito affine – ormai quasi certamente disperso nelle distese oscure della galassia – decide di mutare, di vendere la propria anima al silicio.
Lo stile, profondamente influenzato dalla scrittura cybergoth, è scorrevole, giunge dritto al cuore del lettore, ed è sapientemente intarsiato di una terminologia che attinge a un tempo al vocabolario cyberpunk e alla letteratura postumana moderna, quest'ultima ormai legata, anche se non necessariamente, a tematiche scientifiche avanzate quali la meccanica quantistica o lo studio di forme di esistenza diverse, in parte o del tutto, dall'umano. Eppure, nonostante l'evidente tendenza ad una tecnologia futuribile, proiettata ben oltre il semplice orizzonte dell'attuale scienza – e che superficialmente potrebbe illudere sulla sua effettiva capacità evolutiva – la risposta che il racconto ci sussurra potrebbe spiazzare: la ricerca della pace dell'animo non è nella trasformazione, quanto nel mantenimento di quella scintilla che sempre e comunque in ognuno di noi arderà , e che prescinde dall'umanità o inumanità del corpo che ne costituisce la gabbia, trovando la forza della sua immanenza in formule prive di logica, e che non sono, e non saranno mai, soggette ad alcun sistema di riferimento razionalmente valutabile.
Cane mangia cane
di Giuliano Pistolesi
Il crossover di generi è la caratteristica principale di questo racconto dalla forte ascendenza horror. Le contaminazioni sono molteplici e ben innestate: dall'incipit fortemente introspettivo, degno rappresentante di un genere, il noir, ormai saturato dai suoi stessi stilemi, fino al nucleo avventuroso e tendenzialmente cinematografico, nel quale elementi fortemente surreali – suggestive e ottimamente cesellate le ambientazioni – si fondono con i personaggi leggendari di una diatriba da tempo entrata nell'immaginario collettivo, soprattutto cinematografico: lo scontro tra licantropi e vampiri.
Preponderante è il contributo della fantascienza cyberpunk, la quale si impone attraverso i propri scenari decadenti e il proprio bagaglio di mutazioni e trasformazioni dei corpi, indotte, quando frutto dell'ingegneria genetica, o spontanee, quando sono risultato di un'alterazione dell'ambiente naturale, solitamente causata dallo stesso intervento maldestro e incosciente dell'uomo.
Il racconto di G. Pistolesi risulta essere un meccanismo ben oliato, che sprizza originalità in ogni suo rigo, sia in sede di contaminatio che di creazione pura, fino alla parziale rivelazione finale, vero e proprio parto allucinante di uno scrittore che dimostra di possedere tutte le carte per vincere con mestiere e sicurezza creativa la sfida della narrazione.
L'hobby del signor Zafsky
di Luca Bonatesta
Luca Bonatesta guida il lettore all'interno della quotidianità di una famiglia americana, all'apparenza convenzionale come tante. Gli elementi ci sono tutti: la routine lavorativa, le piccole incomprensioni, l'alienazione, l'incapacità di godere a pieno dell'esperienza del quotidiano.
Il racconto, dopo una breve parentesi introduttiva, muta, subendo la contaminazione di strutture narrative volutamente atipiche, iniettate nel tessuto narrativo con il solo fine di creare un'atmosfera di ambigua e misteriosa anormalità metropolitana. La domanda, verso la quale lo scrittore conduce il lettore con sicurezza e semplicità , si rifà direttamente al titolo della storia: quale hobby coltiva il signor Zafsky? Nessuno, nemmeno i membri della sua famiglia, conosce la risposta di tale quesito.
Lo stile della narrazione è poco omogeneo, scarsamente fluido, giocato com'è sulla descrizione isolata di particolari, quasi si trattasse di una sceneggiatura cinematografica. Causa questi elementi, che evocano in maniera nitida uno stile di scrittura riconducibile al cut-up di tradizione burroughsiana – difficilmente adattabile alla brevità della short story – la storia, da un punto di vista puramente narrativo, a parte qualche breve sussulto in sede finale e descrittiva, non è pienamente in grado di attirare su di
sé l'attenzione. In definitiva un racconto riuscito a metà . Un vero peccato.
Intorno alla Singolarità
di Giovanni De Matteo
La narrativa di G. De Matteo è prima di tutto un viaggio nella letteratura fantascientifica, un continuo sistema di citazioni e di tributi, di trame e di immagini, letterarie e non, che trovano la loro genesi in tutto ciò che si pone come utile innesto al meccanismo diegetico della storia. Il racconto presentato in questa antologia ne è un valido e interessante esempio. E' la storia di uno stalker, un pirata delle stelle con alle spalle un passato intenso e ricco di esperienze, che nel racconto diventano ciascuna espressione di un piccolo microcosmo di universi fantascientifici densi di dati, informazioni, dettagli, evidente frutto di un'attenta e precisa indagine nell'immaginario di genere: dal cyberpunk, fino all'odierna fantascienza postumana, passando per le maglie complesse della space opera.
Il racconto è narrato in prima persona, e la memoria è il punto focale scelto dalla lente attenta dell'autore. Man mano che la storia procede, il racconto assume la forma di una confessione: emotiva, professionale, esistenziale. Lo stile è impeccabile; ben intessuta la trama sintattica: precisa e adeguata ogni singola scelta dei termini, che risultano essere gemme perfettamente incastrate nel meccanismo narrativo. Nonostante però questi elementi di pregio, una volta concluso, il racconto potrebbe risultare carente in termini di coinvolgimento, pena una scarsa capacità di immedesimazione che la prosa fatica a materializzare. In ogni caso si tratta di una lettura obbligata, un crocevia di scenari letterari in grado di incuriosire il neofita e allo stesso tempo di spingere ad una rilettura l'appassionato conoscitore del genere.
Una storia da raccontare
di Marco Milani
Marco Milani opta per un percorso di sperimentazione metaletteraria: di confusione, di scontro e di incontro tra il piano esterno della lettura, che coinvolge direttamente il lettore e che dal lettore prende avvio, e la realtà interna della narrazione, dimensione sostanzialmente autonoma, nonostante anch'essa sia strettamente legata all'interazione tra parola scritta e parola letta. Narrato con uno stile semplice e che ammicca al genere fantastico puro, il plot presenta molteplici spunti di riflessione, sia ad un livello puramente letterario – letteratura e vita, narrazione e memoria: quali le differenze? - sia ad un livello tendenzialmente filosofico: rintracciabile, ad esempio, anche se non in maniera immediatamente percepibile, la riflessione sul concetto di virtualità . A conferma di questa analisi, basti inoltre pensare al tentativo dell'autore, ampiamente riuscito, di confondere la lettura con elementi estranei alla fabula che hanno come fine quello di scardinare lo strato più esterno della narrazione, intaccando le certezze che nel corso della lettura si è indotti ad acquisire. Lo scrittore che gioca con i propri lettori.
L'intreccio infine, pur risultando lineare, è in grado di appassionare e incuriosire il lettore, soprattutto per via dei molti e vari innesti fantastici, che nonostante sembrino apparire in scena in maniera del tutto casuale – veri e propri deus ex machina teatrali – non minacciano la buona riuscita del racconto.
L’incanto di Bambola
di Lukha Kremo Baroncinij
Il racconto di L. K. Baronciniy (pseudonimo di Gianluca Cremoni Baroncini) è fondamentalmente una fiaba. Posta fuori dal tempo, in un probabile futuro non facilmente inquadrabile – o in un presente che mai è stato – L’incanto di Bambola narra la storia di una giovane bambina costretta alla segregazione, causa una rara malattia che la affligge. E come in ogni fiaba che si rispetti, preponderante è la presenza del cosiddetto uomo nero della storia: in questo caso il padre stesso della bambina, entità assente per la maggior parte del tempo dalla vita della propria figlia, e dedito in maniera quasi religiosa al culto del proprio mestiere, che rimane avvolto dal mistero fino alla conclusione del racconto stesso. Narrato al presente – scelta stilistica che favorisce l’immedesimazione tra lettore e protagonista – il racconto di L. K. Baronciniy emoziona, riuscendo in maniera perfetta a creare il tono ingenuo e allo stesso tempo desideroso di attenzioni di una giovane bambina cresciuta in cima ‘na torre come ‘na principessa, come apostrofa durante il racconto Philippe, unico amico di Bambola. In questi elementi, pochi ma incisivi, l’intera costruzione del plot: una giovane principessa in cerca di amore, un padre che non c’è mai (carceriere e figura evanescente allo stesso tempo), un principe azzurro, e un sogno, quello della fuga e del vivere liberamente e con intensità i propri sentimenti, le proprie spinte emozionali. La storia però, nonostante l’impianto tendenzialmente fantastico, è una storia di fantascienza. Ma in questo caso è necessario lasciare al lettore il piacere di scoprire il substrato fantascientifico dall’autore abilmente e scaltramente taciuto.
Racconto sublime, non ci sono dubbi.
Supernova Express, come già anticipato nell’introduzione generale, spicca per varietà e molteplicità , sia di contenuti che di stili. Tuttavia, nonostante questo elemento di cruciale importanza per la buona riuscita di un’antologia, il progetto presenta diversi lati oscuri, di profonda incertezza. Uno tra tutti, la quasi mancanza di un filo rosso ideologico comune, a un tempo capace di mantenere legati i singoli racconti e di lasciare loro il giusto spazio di autonomia letteraria. L’impressione è quella invece di una specie di resoconto sulla fantascienza attualmente circolante in Italia, di una vetrina per mezzo della quale autori dalla più diversa provenienza artistica mostrano il loro modo di vivere la scrittura in sede di science fiction. Il Connettivismo è un movimento, e cioè principalmente un sistema costituito da elementi geneticamente immodificabili, che lungi dal voler essere statici e granitici, devono perlomeno essere rielaborati o se non altro citati, espressamente o velatamente – ma in ogni caso secondo canoni soggettivi ma sempre rispettosi dei concetti di fondo – all’interno delle storie realizzate. Per quanto la sperimentazione e l’illimitatezza argomentativa rappresentino pregi per un movimento letterario, e quindi ideologico, il mantenimento di un cerchio di pensiero e di dati di base – basti pensare alla riflessione centrale sul concetto di virtualità , che nell’antologia si affaccia solo debolmente – è vitale e ideologicamente necessario.
Tralasciando però le osservazioni a carattere puramente politico, l’antologia si presenta come una lettura di alto livello, che nonostante i limiti di coesione ideologica evidenziati, si pone come punto di rinascita di un genere, quello fantascientifico, ormai da troppo tempo superato dallo scorrere accelerato della realtà , e che pertanto, grazie all’apporto dei connettivisti, può tornare a brillare di luce propria e a riaprire le porte per un futuro che ancora non è stato.
Dati Edizione Recensita
| Titolo Originale |
Supernova Express |
| Autore |
Autori Vari |
| Genere |
Fantascienza, racconti |
| Anno |
2007 |
| Editore |
Ferrara Edizioni |
| Collana |
FantaNet |
| Pagine |
226 |
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